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Oltre la solita passerella: due esempi di couture digitale (a teatro)

In un formato democratico, fruibile dagli slot di Federation de la Haute Couture et de la Mode – organismo che promuove l’alta moda francese nel mondo -, la solenne kermesse parigina ha presentato le collezioni SS21, assemblando un calendario di sfilate a porte chiuse e short movie. Alcuni brand, percorrendo la scia della teatralità, hanno proposto una couture originale e autentica, sia per il significato delle creazioni che per l’estetica che li contraddistingue.

L’esperimento del formato digitale, d’altra parte, unico mezzo di comunicazione possibile nel rispetto delle norme di distanziamento, ha permesso di assistere nell’ultimo anno a una lunga serie di prove, collocando l’alta moda di fronte a una sorta di selezione naturale. Oltre a porre l’accento sui contenuti e sull’universo valoriale che arricchisce l’estetica di un marchio, rendendolo credibile e desiderabile, la presentazione live streaming (dalla sfilata al fashion film concettuale) ha fatto emergere le collezioni anche per la creatività e la dimestichezza mostrata con il nuovo asset. 

È il caso del promettente Charles de Vilmorin, centennial creativo dell’eponima label, e di Aganovich, brand dark romantico fondato nel 2011 da Nana Aganovich e Brooke Taylor. Entrambe le case di moda, guest member dell’Haute Couture Week, tenutasi virtualmente a Parigi dal 25 al 28 gennaio 2021, hanno sfilato accanto alle maison storiche, riuscendo per bene a convogliare l’anima performativa del loro design in una presentazione magicamente orchestrata tra teatro e moda.

Del resto, in un momento in cui teatri e musei sono ormai chiusi da mesi, Charles de Vilmorin e Aganovich che per vocazione richiamano nella couture, i caratteri della rappresentazione scenica, sembrano aver assorbito tale empasse culturale, riuscendo a sfruttare il formato digitale per meglio codificare il loro messaggio.  Infatti per de Vilmorin, che prima fa debuttare il suo universo colorato e poi gli para contro, e per Aganovich che in un retrobottega ingarbugliato fa parlare gli abiti su manichini misteriosi, lo spazio classico delle passerelle – con i modelli in indiana in mezzo a una doppia coltre di ospiti e stampa-, appare come il non-luogo di Marc Augè; e oltre ad essere privo di identità ne depotenzierebbe i contenuti, lasciandoli chissà dove in una specie di Iperuranio.  

Niente passerelle dunque, neppure a porte chiuse: il debutto del giovane Charles è racchiuso in uno short movie di pochi minuti.

Mascherando il dramma del realismo pittorico, dietro il sorriso di pois e dettagli flamboyant, la couture colorata del ventiquattrenne francese si ispira al modernismo di Niki de Saint Phalle, con la macabra messa in scena del rifiuto del passato.  Gli abiti, come animelle sinistre, prendono vita da bozzetti aerografati con un impegno quasi infantile, e sui quali il designer, alla fine cattura le due facce di un pagliaccio per raccontare solo di libertà. Una performanza resa possibile grazie alla prossemica dei modelli-attori e al ghiribizzo di Charles che entra nella scena, tentando di dominarla, ma alla fine ne viene ingurgitato. Catturato in un quadro d’insieme da cui pian piano ci si allontana. 

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Il palcoscenico è teatro di una moda esuberante, stucchevole e zuccherosa per natura, dove i protagonisti si colorano e si adulano nel loro stesso brodo mimando dei gesti che restano a mezzaria. Un tableut vivant che finisce con la morte, e che de Vilmorin ci fa spiare dal buco della serratura, luogo meschino da cui puntualmente prende mira, per spezzare lo stillicidio con colpi di fucile che anziché spargere sangue liberano colore. La percezione è quella di essere in medias res, e il paragone con una sfilata vecchio stile scatta autonomamente, con gli shot dell’arma da fuoco che scaricano il pathos ma caricano di realismo l’haute couture; a sua volta liberata dal fardello giubilante dell’infanzia, in una beffarda e promettente fusione tra arte, teatro e moda. 

Un trittico che, d’altra parte, ha sempre nutrito l’estetica dark romantica di Aganovich, label francese di pret à porter, in calendario lo scorso 28 gennaio con la couture n°6.

Nata dalla storia d’amore tra Brooke Taylor e Nana Aganovich, la casa di moda presenta La Rose Enviè. Pantomima muta e cruda, e neppure corredata da press release: “Non facciamo più comunicati stampa” dice Brooke Taylor  rispondendo da Parigi. “Quando abbiamo iniziato la couture, abbiamo scoperto sempre più che volevamo solo lavorare e produrre emozioni: sapere troppo, interferirebbe troppo.” 

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Il risultato? Un ibrido tra sfilata a porte chiuse e short movie. A differenza di Charles de Vilmorin, lascia il destinatario da solo a barcamenarsi in un tafferuglio di moda ed emozioni, con il drin drin di un campanellino assordato dal silenzio, a dividere tredici uscite senza volto. Le Theatre et La Peste, un saggio di Antonin Artaud che tratta la peste del 1720 a Marsiglia, come contagio psicologico e non medico, e il videoclip di WindowLicker di Aphex Twist, per Taylor solo questo è necessario sapere, insieme all’uso sconsiderato del rosa voluto da Nana – iniezione di ottimismo in barba all’anno più buio appena lasciato.

Così, in un bugigattolo illuminato da un faretto laterale, manichini animati scandiscono gli abiti con passo felpato, per poi fondersi l’uno con l’altro sull’uscita di scena, tenendo tesa la corda del dramma che li avvicina. Opere pompose, in rosa e bianco con crinoline vittoriane e talari dall’aria notturna, ogni modello è allentato dal peso simbolico dell’oggetto che si porta davanti: una maschera nera sogghignante, fronzoli di banconote che scivolano via, un cuore bianco al centro di una raggiera. Nonostante l’amaro simbolismo, la couture #n6 di Aganovich parla di rose intrecciandole con impalpabile leggerezza, fin quando il drin drin del campanello ricorda che è finito il tempo. Un suono che come le fucilate di Charles carica di amaro realismo la scena, dimostrandosi allo stesso tempo l’unico ritmo familiare nell’inquietante turbine del silenzio.

Due beffarde e promettenti pièce de mode, sono quelle di de Vilmorin e Aganovich, due esempi di couture digitale che dagli schermi dei nostri device ci catapultano a teatro, tanto da convincerci che sul non-luogo di una semplice passerella fisica, avrebbero proprio perso tanto. 

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