MENTE IN LOCKDOWN

Devi andare a farti curare

“Devi andare a farti curare, devi andare a farti curare. Ti devi curare non capisci che stai rompendo il cazzo?”. 

C’è il sole oggi, la primavera friccica nell’aria, due gatti sembrano sfingi sollazzate sul muretto della casa a fianco, gli uccelli cinguettano e la magnolia in lontananza non è mai stata così lilla. Una donna robusta vestina di nero, con cane al guinzaglio in pendant e mascherina celeste calata sul mento, urla dal punto più alto della salita. 

“È un mese che non ti sopporto più, lo vuoi capire o no? Dev, dev, dev devi lasciarmi in pace, devi lasciarmi in paceeee mi hai rotto il cazzo”.  

Starnazzi e parolacce tagliano il sentiero sgarrupato, e fanno da soundtrack al cervellotico tetris sul mio stendino, mentre cerco posto al secondo bucato, approfittando della splendida giornata di sole. È incredibile come un litigio rozzo forse amoroso, che corre al telefono da una stradina di campagna, improvvisamente possa farmi assaporare un grammo di normalità.

I capelli della tipa, ricci e spettinati, vibrano come antenne al seguito di ogni suo ringhioso avvertimento. Il povero cane, spaventato, cerca di prendere le distanze, ma il rinculo dovuto al guinzaglio lo riporta puntualmente indietro, ai piedi della padrona battagliera. 

“No no no, non mi devi più cercare, non ti voglio più! Scancella il mio numero, lo devi scancellà hai capitoooo?”.

Quasi consola sentire qualcuno occupato a litigare al telefono, come fosse niente, come fosse prima, come fosse senza Covid-19. Una roba che stuzzica curiosità per i primi secondi, mentre prevale quel sentimento che fa sentire civili, migliori, perbene di fronte a una situazione in cui dall’alto del mio self control mi convinco che non mi ci potrei mai trovare. Mai e poi mai.

Il massimo della leggerezza arriva poi dallo stendino, quando il Lenor profumazione vaniglia dal bucato si sprigiona nel mio naso, e per un momento rallento il tetris. Trovo posto all’ultima canottiera, ma vorrei qualcos’altro da appendere, per saperne di più, sentirne di più, trattenermi con una scusa, e capire il nocciolo di quella maleducata questione che in quel momento insieme a tutto il resto sembra illudermi e distrarmi in beata normalità.

Ma poi, dove potrebbe mai andare a farsi curare quel tizio innamorato dall’altra parte del telefono? Che importanza gli darebbero in ospedale? E che diavolo avrà fatto se siamo tutti in quarantena? E lei? Perché diamine non indossa anche i guanti? Le domande improvvise come schiaffi si accodano nella realtà, mentre le urla della donna rabbiosa continuano, ma per me si fanno sempre più lontane. 

La primavera, gli uccelli, i gatti pigroni, la magnolia, il bucato alla vaniglia, non fai in tempo a godere della surreale leggerezza della vita, che subito tutto si sporca di angoscia. I morti, i grafici, il picco. Abbiamo superato il picco! Quando si riapre in Italia? Facciamo a scaglioni? Il decreto dice che il lockdown si prolunga fino a Pasqua. Quale Pasqua? La Spagna ha superato la Cina. I CORONABOND? Che bastarda la Germania, secondo me nasconde le vittime! Fontana ha detto che oggi apre l’ospedale della fiera. Ma tutte quelle persone all’inaugurazione non fanno assembramento? Speriamo non serva. Speriamo che l’ospedale rimanga sempre vuoto. 

Ho finito di stendere, è mezzogiorno, colloco lo stendino in prossimità di quell’imperioso fascio di sole. Gli starnazzi continuano ed io non li sento più. All’inizio erano addirittura piacevoli. 

Illustrazione di Barbara Lupo

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