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Una serie di cose casualità e tormenti: gli aspetti di “Anna Cappelli adora i Baustelle” la sfilata di (non solo) moda

“Avevo questo congelatore spento in soffitta da cinque anni, e tutte le mattine lo guardavo. Non l’avrei mai buttato, perché lui quasi mi chiamava, io lo guardavo e tra me dicevo: questo mi chiede di diventare protagonista di un qualcosa, non posso rispondere di no! Così, quando nel testo si parla della ghiacciaia, ho mandato subito le foto ad Italo Marseglia… ”

Con il suo accurato aplomb, per i versi, a tratti irrazionale, sorride Rossano Giuppa, e inizia a raccontarmi una serie di cose, casualità e tormenti; stavolta gesticola serafico, leggero, con in mano quel cellulare che nei giorni prima, in giro ad AltaRoma, pareva uno scacciapensieri sotto le sue dita che non stavano ferme, e ansiose sullo schermo, digitavano a profusione.

Lo incontro di nuovo allo Showcase, proprio il giorno dopo lo spettacolo “Anna Cappelli adora i Baustelle”, la sfilata di (non solo) moda che durante la manifestazione capitolina oltre ad aver portato cultura, suspense e innovazione, dai set di Roma antica, lo scorso 29 giugno, ha segnato finalmente il suo audace, e folle debutto da regista.

 

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Campagna promozionale “Anna Cappelli adora i Baustelle

 

“E appena Italo vede le foto del congelatore, mi dice subito che è bellissimo, ha in mente un manicomio, e delle camicie di forza, e vuole costruirci la campagna. Questo per me, è il terzo aspetto, quello che chiude il cerchio, diciamo.”

Un po’ schematico, con gli occhi che prima guardano giù, e poi cercano di appigliarsi all’aria, continua Giuppa, elencandomi con le dita e le parole, quella serie di cose, casualità e tormenti che lui stesso non sapeva di tenere nascosti dentro di sé, chissà da quanto, e che io d’altra parte, non vedevo l’ora di sapere: “Anna Cappelli” l’opera che in testa inizia a fargli da tarlo; la conoscenza di Francesco dei Baustelle, insieme a quel dolore cantato di Bianconi, una storia che Rossano trova subito simile alla Cappelli; e infine lui, il congelatore Iberna, in cerca d’identità da cinque anni, bianco, compatto, pronto a guardarlo pieno di aspettative, tutti i giorni, dall’alto della sua soffitta.

 

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Rossano Giuppa con gli abiti di scena di Italo Marseglia e il pozzetto Iberna

 

Ecco perché forse “Anna Cappelli adora i Baustelle” inizia in sordina e tanto tempo prima, la sua incubazione: quando Rossano Giuppa conosce le opere di Annibale Ruccello, il commediografo napoletano morto a soli trent’anni.

“Anna Cappelli” una delle ultime opere, pubblicata nel 1986, racconta di una giovane donna che stanca della sua famiglia, lascia la casa di Orvieto, e va a vivere da sola in uno stanzino in affitto: l’unica cosa che poteva permettersi con la paga da dattilografa. Un giorno, conosce il ragionier Tonino Scarpa, i due s’innamorano, e Anna va a vivere da lui, nella sua grande casa con dodici stanze, più una cameriera stranamente gelosa. Anna è felice, tra i due il legame diventa sempre più forte e ossessivo, una sorta di dipendenza. Ma Tonino è fighetto, ricco, un po’ scemotto, e all’improvviso, dopo due anni d’amore, la lascia, proprio per la cameriera. Inizia così il tormento di Anna, che per averlo finalmente, sempre con sé, tra attimi di razionalità e irrazionalità, compie quell’assurdo e disperato atto d’amore. 

Ma non è questa l’opera che, come una ladra, rapisce l’attenzione di Giuppa. Era un ragazzo anche lui, quando si trasferisce a Roma, e per la prima volta assiste a “Le cinque rose di Jennifer” l’opera teatrale d’esordio, dove il protagonista, un travestito napoletano, malinconico e romantico, dopo una serie di vicissitudini e psicosi, alla fine muore suicida.

“Un testo devastante, c’era una forte connotazione musicale, pezzi della Bertè, di Patty Pravo, la radio che suonava sempre. Da allora mi sono appassionato, e ho visto tutti i suoi lavori, “Ferdinando” ad esempio, l’ho visto e rivisto tante volte, ma questa benedetta “Anna Cappelli” alla fine non l’ho mai vista, non sono mai riuscito a vederla, però era nel mio cervello, forse perché non avendola mai vista, non capivo… ”

Così ancora scosso, con trasporto, l’estroso event manager, amante della danza, dell’arte e della poesia, che non vedi mai spettinato, senza una giacca e ai piedi un paio di sneakers super cool, scuote la mano alzata davanti la faccia, e con voce flebile e le dita che sembrano un ragno, prova a cercare risposte dentro di sé, e non trovandole, inizia a spiegarmi della sua passione per le opere di Ruccello, dell’autenticità devastante dei testi, e della musica, radiofonica e popolare, pronta ad alimentare sempre quel dramma sottostante.

Questo dunque, il primo aspetto nascosto dietro “Anna Cappelli adora i Baustelle”, un aspetto che, mentre Rossano coloriva di dettagli, per le mie orecchie, aveva già preso tutte le sembianze di una passione/ossessione: la stessa che, per una serie di affinità si avvicina piano piano, e furtiva ti strappa una piccola attenzione, poi da attenzione diventa trasporto, poi da trasporto diventa ossessione, e alla fine ti ritrovi che non capisci più nulla, ma ne sei dipendente, come Rossano Giuppa da Anna Cappelli, come Anna Cappelli da Tonino Scarpa, come Francesco Bianconi dalla sua musica.

E mentre i testi dei Baustelle diventano una specie di pessimismo cosmico, devastanti come le opere di Ruccello, funestamente romantici, perché Bianconi inizia a sfogare così il suo dolore, Rossano è sempre più rapito dalle loro melodie che nonostante tutto, trova sfacciatamente on trend. Il secondo aspetto infatti, riguarda proprio la musica. Altra sua grande passione, quella per le melodie un po’ elettriche, un po’ indie, un po’ rock.

Dietro ai suoi eventi e progetti, riconosci quanto sia ricercata, pronta a trasmettere il giusto mood, fuori e dentro le cose: dall’ambient pop dei Cigarettes After Sex, al dance enigmatico dei Glass Candy, passando per il synth pop frizzante dei Chromatics, ogni suo lavoro corrisponde ad una playlist nuova che vorresti subito a disposizione.

E così, la musica di Bianconi, sempre più struggente e leggera, alla fine arriva a turbarlo tanto quanto la Cappelli. In testa, quel dannato tarlo non va via, e più volte si ritrova a pensare a lei, viaggia con la mente, vorrebbe dare contemporaneità a quella vecchia opera figlia degli anni 80, e dietro questa serie di cose, casualità e tormenti più volte si chiede: “ Ma cosa avrebbe usato Annibale Ruccello, se Anna Cappelli l’avesse fatta oggi? E una come Anna Cappelli, quale musica ascolterebbe?

Anna Cappelli adora i Baustelle” ed ecco, all’improvviso in testa, servito il titolo!

Una roba che vagava nella testa di Giuppa, da un bel po’ di tempo, e che se non avesse tirato fuori sarebbe impazzito, doveva solo trovare il coraggio di mettere insieme i pezzi. I pezzi di un puzzle che dietro una serie di casualità e ostacoli (non troppo insormontabili, a detta sua), parlavano e dicevano che bisognava andare avanti, avanti assolutamente; questo fino all’ok decisivo, quello di Silvia Venturini Fendi, presidente di AltaRoma, che dietro una presentazione acerba dell’opera, approva l’idea, la sua bizzarra idea: fatta di ossessioni del passato, fantasmi in passerella e altezzosi elettrodomestici, tutte cose che stavano in giro da tanto tempo, e che appunto dovevano essere messi insieme, per forza… E dove se non a Cinecittà?

 

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Bianca Nappi|shooting per campagna di “Anna Cappelli adora i Baustelle

 

“Per fortuna che avevo tutto pronto, provavo le scene con Bianca Nappi e Italo Marseglia, già da due mesi. Ricordo che quando le parlai della mia ossessione, Bianca accettò la parte con gioia.” Scuotendo la testa, con gli occhi felici e ancora quasi increduli, Rossano Giuppa rivive per me, quei momenti, e continua rivelare rifiniture e dettagli meravigliosi; quelli dietro una rappresentazione che dalla sua testa, iniziava a materializzarsi davvero, in barba a tutti quegli angoscianti si fa e non si fa, che per due mesi erano regolarmente il contorno di lunghe giornate trascorse a provare.

 

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E la sera del 29 giugno dal teatro 10 di Cinecittà è stato tutto così perfetto, magico, emozionante. Prima di quel giorno, non conoscevo Annibale Ruccello, e neppure “Anna Cappelli”, ma avevo letto e riletto più volte quel comunicato stampa di due fogli A4; per caso e fortuna, il giorno prima, avevo incontrato Italo Marseglia e il suo brand dal numeretto che si crede una lettera, e nonostante tutto, per forza di cose, mi sentivo incompleta: non conoscevo bene, la parte importante per l’impavido regista, e la sua contemporanea rappresentazione: la musica indie rock dei Baustelle.

Così, non vi nascondo che, prima di scrivere questo pezzo, sono andata su Youtube per cercarla, e lì ho visto anche l’opera recitata da una giovane Anna Marchesini, e mi sono bloccata… All’improvviso tutto mi è sembrato chiarissimo. Forse troppo.

 

 

Con il pozzetto Iberna, tormento dell’audace regista nella mia testa, e al centro della passerella, ho scandagliato quel momento intenso, vissuto in simultanea per qualche manciata di minuti, con un teatro pieno di ospiti e stampa. Dove “La canzone del parco” dei Baustelle, cronaca degli amanti, ha dato il cenno di partenza a quei frammenti di storia rubata ad Annibale Ruccello, recitati con grande perizia da Bianca Nappi.

La teatralità della scena, diluita in passerella con la moda, e nell’aria con la musica: tre elementi che lavoravano all’unisono, per raccontare la solitudine, l’innamoramento, la dipendenza di Anna Cappelli dal suo Tonino, e chiudersi intorno al gesto estremo, psichiatrico e sado-maso, climax e anticlimax della rappresentazione tutta.

 

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E la magia di aver fatto coincidere ciascuno stato, fase dell’animo e fantasma, con la meticolosa selezione musicale, che per Giuppa non doveva assolutamente essere scontata, e spoilerare dunque quel finale shock: dietro “La cometa di Halley”, “Lei malgrado te”, “Monumentale”, e “Arrivederci”, l’excursus melodico doveva dare contemporaneità e tridimensionalità alla moda, ai nostri sensi e a quella riduzione della vecchia commedia travestita da dramma. Così è stato.

 

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E allora le camicie di forza, in candido cotone bianco erano ingabbiate da nastri neri di gros-grain marezzato; gli stessi che avevo toccato, e spiato il giorno prima allo Showcase, durante la mia rapida intervista a Italo. In quel momento, su una passerella senza sfilata, li vedevo svolgere la funzione originaria, per la quale erano stati concepiti, fin dai tempi dell’Iberna pretenzioso: cingevano strette il busto di Anna (Bianca Nappi), delle cinque modelle (fantasmi di Anna) e del suo ragioniere Tonino Scarpa (Vincenzo Iatorno), e insieme a labbra bistratte da rossetti rossi, e ciabatte piene di piume, raccontavano la pazzia d’amore che, per copione in quel momento d’attualità, sulle dissacranti note de “La morte (non esiste più)”, aveva senso solo se chiusa, e sbattuta in manicomio.

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Ed io, per quel mix di cultura, suspense e innovazione, grazie a Rossano, ad Italo e Bianca Nappi, mi sono sentita euforica e fortunata, due volte o forse tre, come quegli aspetti raccontati con premura: la prima, seduta dal mio posticino assegnato, durante uno show che per AltaRoma aveva tutta l’aria pazza di essere rinnovamento. La seconda, proprio adesso che lo sto raccontando qui, sul mio blog.

E la terza? Non lo so, ma mi piace pensare a quella frase di Giuppa, che dopo avermi raccontato il suo personale backstage, ha pronunciato mentre correva via, quasi di spalle, girando la testa, con le mani aperte che facevano segno di aspettare… Parole che dietro una serie di cose, casualità e tormenti, mi hanno messa in crisi…

E quindi, se per “Anna Cappelli adora i Baustelle”, la morte non esiste più,

allora io dico grazie a Dio (se esiste),

che (non solo) la moda per fortuna, invece, esiste!

 

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[ph] F. Lattanzi – L. Latrofa / Luca Sorrentino –

 

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