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Soocha colora di speranza la donna contemporanea | AltaRoma Gennaio 2018

26 gennaio, seconda giornata di AltaRoma, e seconda volta per me, quella di assistere allo show di Soocha.

Dopo l’edizione di luglio 2017 dove Soojung Cha, la stilista-artista coreana presentava Caution Soocha Area!!”, la collezione di moda dal messaggio ambientalista, questa volta con “ATTI UMANI/HUMAN ACTS”, il suo obiettivo era quello di profondere speranza.

Speranza per una difficilissima libertà riconquistata. Negli anni’80, in Corea del Sud.

Il comunicato stampa partiva infatti con l’ispirazione, letteraria: il secondo capitolo del libro di Han Kang, vincitrice del Booker Prize 2016, un romanzo sulla violenta repressione militare avvenuta in Corea del Sud, appunto.

 

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Io con Soojung Cha | AltaRoma Gennaio 2018

 

Un momento storico intenso che Soojung, a suon di abiti e colore, quella mattina ad AltaRoma ha saputo raccontare, mantenendo la sua visione di moda, permeata da quel nobile, sotteso, senso di rispetto.

Che io aldilà dell’ispirazione, aldilà del racconto, mi aspettavo. E all’interno della Sala 2 del Guido Reni District, dal mio posticino assegnato, attraverso lo show, come un dono quasi superbamente, ero sicura di cogliere.

Durante l’attesa, in sottofondo, già a confermare le mie previsioni “Fratres” e “Magnificat” di Arvo Part, due pezzi minimalisti mixati in un armonia leggera, liturgica, come all’interno delle chiese, suggerivano il silenzio. Rotto, improvvisamente dal sound martellante ossessivo che, dopo l’intermittente gioco di luci, ha fatto da colonna sonora ai 24 modelli in passerella.

Un cammino verso la rinascita, percorso con la speranza nel cuore, ed esploso alla fine con la conquista della libertà. E con l’electropunk “She’s lost control” dei Joy Division, la stessa Soojung, la collezione e la ricerca, perdevano letteralmente il controllo.

 

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E allora via libera a forme, pesi e volumi contrastanti. Lo stile urban, liberato dai classici schemi, seguendo l’estro creativo della designer, ha disegnato una femminilità fresca contemporanea, e partendo dalla tradizione, con la seta e l’organza, ha tracciato linee moderne anche sugli hanbok, gli abiti da cerimonia coreani.

 

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Da subito ho studiato l’abile confusione tra maschile/femminile, con il taglio boxy dei giubotti militari, mixato alla leggerezza delle fodere in twill di seta stampata.

 

 

E poi maxi rouches e striscie di balze strutturate, a contornare profili di pantaloni in lana leggera, e maniche di camicie da uomo.

 

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Ho visto l’allegria del patchwork, simbolo di vita, usato dai coreani tutti i giorni, specialmente in quegli anni di rivalsa.

 

 

E per questa collezione A/I 18-19, dipingeva una palette cromatica che, proprio non ci riusciva a seguire il minimalismo urbano, e ha riempito di toni pastello e slanci vibranti, la speranza di una libertà ormai riconquistata.

 

 

Ed io smaniosamente, ho fissato quelle stampe di fiori che, sugli abiti creavano romantici divieti, come un’evoluzione, pronti a rinascere verso qualcosa di bello.

Ho trovato l’ invito a riflettere, consapevoli, sul mondo intorno. Di nuovo, quel senso di rispetto che, sotteso fin dall’inizio mi aspettavo.

L’ho visto tenere insieme tutti i pezzi di quel puzzle perfetto, e alla fine materializzarsi nel celeste acceso dell’abito a tunica, ipnotico, dissacrante epilogo di una collezione dai contorni fluttuanti, e intenzionalmente rosso fuoco.

 

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PH. S. Dragone | Luca Sorrentino (fonte: altaroma.it)

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2 commenti

  1. Leggendo questo post,nel modo in cui è scritto,sembra di aver assistito in prima persona all evento.
    La descrizione minuziosa dei dettagli,il racconto molto scorrevole e la semplicità che hai usato mi è piaciuto un sacco e mi ha fatto “innamorare” di questa collezione particolare nello stile e nel materiale….ho apprezzato tanto complimenti

    Piace a 1 persona

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